Fare teatro in carcere non è cosa da tutti i giorni: il carcere è un’istituzione totale e varcare la soglia, sentire le sbarre che urlano come un tonfo alle tue spalle non è semplice.

Ma chi te lo fa fare?

Anzitutto me lo ha fatto fare la profonda convinzione che:

  • L’obiettivo primario del carcere è quello della riabilitazione.
  • La convinzione che il teatro sia uno strumento (lo so, mi ripeto) che dà la possibilità di narrarsi con nuove parole, gesti, azioni, di scoprire o riscoprire altre parti di sé che ci danno la possibilità di trovare nuove definizioni per noi stessi: da violento, carnefice, delinquente, il potersi riscoprire competente, creativo, capace
  • Ultimo, ma non da ultimo,  è un’esperienza professionalizzante, soprattutto per chi, come me, si occupa di teatro applicato.

Nel Campetto di Calcio del Pratello

Ho avuto l’opportunità di svolgere un progetto di teatro all’interno del carcere minorile IPM P. Siciliani di Bologna nel 2010 e 2011 grazie a UISP-Comitato Provinciale di Bologna, all’interno del progetto “Nuvole in Viaggio”.

Insieme a Leonardo Ronzi abbiamo proposto un percorso di story telling sportivo: “Le Storie del Calcio“.

E che vuol dire?

Abbiamo proposto ai minori reclusi delle storie del calcio come quelle di Maradona, Garrincha, Pelè, abbiamo stimolato nei ragazzi una visione diversa di sé; hanno inoltre giocato a calcio, incontrato professionisti (al progetto hanno partecipato, tra gli altri, Franco Colomba, Gianluca Pagliuca, Fabio Poli) perché potessero avere un’immagine di sé più positiva e – spero- più carica di speranza verso il futuro.

Detto ciò, non è stato facile.

Il carcere, come dicevo, è un’istituzione totale, bisogna riconoscere le “tribù” che lo abitano. Tribù che, spesso, sono monolitiche.

Cosa ho Imparato

Marat Sade – Compagnia della Fortezza

Ciò che ho imparato è l’importanza di mettersi in relazione con le varie tribù, con le diverse comunità che “abitano” il carcere (ma questa regola vale per ogni sistema di relazioni: famiglia, scuola, lavoro…)

Sembrerà una stupidaggine, ma il primo ostacolo è quello di riuscire a “entrare”, di cercare di dialogare con il sistema allargato: ci sono i detenuti, la direzione, il corpo di polizia penitenziaria, gli assistenti sociali, e una poliforme fauna di operatori (di cui facevamo parte anche noi) che si presenta ai portoni del carcere portando ognuno il suo “verbo”.

Nel corso degli anni ho avuto l’opportunità (si, sembra strano, ma la definisco tale) di entrare in carcere durante il mio anno di formazione post laurea, stando quattro giorni nel carcere i Volterra con la Compagnia della Fortezza di Armando Punzo e poi per un’incontro tra operatori teatrali organizzato da Teatro Metropopolare a Prato.

Le differenze tra Carcere Minorile e Maggiorile

La prima differenza risiede ovviamente nel fatto che gli ultimi due sono carceri “maggiorili” e il dialogo è completamente diverso: nei carceri maggiorili, ho trovato una enorme umanità, un’apertura, una necessità di mettersi in relazione che mai mi sarei immaginata.

Nel carcere minorile sono reclusi degli adolescenti, che sono “difficili” per antonomasia, figuratevi da reclusi! Al di là degli scherzi, l’istituzione totale del carcere, la reclusione, per i minori è ancora più difficile e necessita di attenzioni, strumenti ed azioni diverse e diversificate rispetto al maggiorile: sono persone in-formazione e l’obietto rieducativo deve essere, a mio pare, primario e imperativo.

Il carcere mi ha insegnato a non giudicare il libro dalla copertina, a permettermi di vedere le persone oltre la loro etichetta (detenuti):

non si può fare teatro applicato se non modifichiamo la nostra postura, la visione di noi stess* e delle persone con cui andiamo a lavorare, perché quel cambiamento, quel movimento, non avverrà mai se non parte, in primis, da noi conduttori.