C’è l’attore, il regista, ma chi fa teatro applicato, cosa fa?

teatro applicato-wordcloudE tu che lavoro fai?

  • Faccio Teatro Applicato
  • Aaaah…ovvero?

Mi capita spesso di dovere rispondere a questa domanda, in occasioni più o meno “ufficiali”.

E, lo ammetto, ci ho messo degli anni per riuscire a trovare una giusta definizione, una frase, uno slogan, insomma qualcosa che mi permettesse di spiegarlo senza tenere una lezione di sei ore; questa dunque la sintesi che ho trovato:

Faccio teatro in ambiti non teatrali per aiutare le persone.

Bene, il primo step è fatto

Con questo articolo vorrei però andare un po’ più a fondo nella spiegazione, perché mi capita spesso di essere fraintesa e soprattutto perché amo il mio lavoro, credo in quello che faccio e desidero che venga ben compreso.

Con la locuzione Teatro Applicato ( in inglese Applied Theatre o Apllied Drama Theatre) si intende

“un teatro partecipato creato da persone che normalmente non lo fanno. E’ […] una pratica agita da, con e per gli esclusi e i marginalizzati” (Thomson, 2008)

il che non vuol dire fare teatro “con gli sfigati”, ma fare teatro con non professionisti che magari non vogliono diventare attori.

E qui ci vuole una piccola lezioncina (giuro, cercherò di essere breve)

Le differenze tra il Teatro Estetico e il Teatro Applicato

Ciò che differenzia principalmente il teatro Applicato da quello “classico”, quello che insomma andiamo a vedere a teatro (perché ci andiamo, VERO??!!!), è l’obiettivo primario.

Il teatro nel senso più comune ha come obiettivo primario l’estetica, ovvero creare qualcosa di bello; ciò che attori e registi si prefiggono è proporre al pubblico qualcosa che sia esteticamente piacevole, è un “teatro per il teatro”: metto in scena Romeo e Giulietta perché la storia è bella, perché è scritto bene e perché mi piace (un po’ riduttivo ma diciamo che è così) e lo vado a vedere per gli stessi motivi: perché è un drammone bellissimo che poi piango tanto, perché l’attrice che fa Giulietta è bravissima e perché mi piace.

A un certo punto nella storia del teatro, più o meno a metà del secolo scorso, questo non è più bastato: il teatro estetico non bastava più a chi lo agiva, era diventato un teatro borghese, elitario ed autoreferenziale (nel senso che rappresentava solo una piccola parte della società, la borghesia) e una parte del pubblico a teatro non ci andava.

Nel corso del 20esimo secolo si è cominciato quindi ad agire un teatro che aveva obiettivi differenti, non l’estetica, ma

l’intenzione di generare un cambiamento (di consapevolezza, di atteggiamento, di comportamento, etc…”) (Ackroyd 2000).

rivolgendosi a chi il teatro lo aveva visto solo da fuori e da lontano.

Non voglio starvi a tediare su chi e come ci è arrivato, vi basti sapere che, soprattutto al di fuori dell’Italia (Gran Bretagna, Stati Uniti e Argentina), l’idea di un teatro che non fosse rivolto verso di sé ma verso chi sta seduto in platea, o dietro le quinte, o in carcere, o in manicomio, ha preso piede e sono nate delle esperienze molto belle e fruttuose: in Italia, grazie alla legge Basaglia, il teatro è entrato nei manicomi, ad esempio con la Compagnia del Teatro Nucleo di Ferrara; Armando Punzo, nel carcere di Volterra, porta avanti da anni un progetto di creazione di un Teatro Stabile in Carcere con la Compagnia della Fortezza.

Nel Teatro Applicato gli attori non sono professionisti, ma comuni cittadini: reclusi in carcere, tossicodipendenti, condomini, minori disagiati, donne, immigrati, impiegati di banca, insegnanti, operai…noi tutti, insomma.

Ma funziona?

e come se funziona! Ha funzionato e funziona con pazienti psichiatrici; ha funzionato e funziona con detenuti; ha funzionato e funziona con le scuole.

Perché? Non si sa, è un mistero!

Scherzi a parte, sono diversi i motivi per cui funziona.

Prima di tutto perché il teatro è un gioco, e per quanto “cresciuti” possiamo essere, a tutti piace giocare, perché è divertente! Giocare al teatro risveglia il bambino che è dentro di noi e credo che ce ne sia un gran bisogno in una società che corre, che è precaria, che ci chiede continuamente di arrivare primi, concederci del tempo per re-imparare a giocare.

In secondo luogo perché il contesto che si crea è un contesto non giudicante e questo è un punto fondamentale, credo, per poter fare un buon lavoro di teatro applicato: se si lavora con i detenuti, io che conduco non devo giudicarli come tali; se si lavora con un gruppo di manager io che conduco non devo bollarli come tali. Per poter generare quel movimento di consapevolezza, di comportamento, bisogna creare un luogo ove le persone si possano sentire “altro da sé”, uscire dagli schemi quotidiani. Lo spazio del teatro funziona quasi come uno specchio magico che mostra un’immagine di te che non conoscevi, o che avevi dimenticato, e così, funziona!

Ultimo, ma non da ultimo, credo funzioni perché il principale strumento del teatro è l’essere umano, le sue emozioni, e i modi in cui entriamo in relazione.

Per approfondire

Finita la lezioncina, ecco alcune cose che potete leggere se volete approfondire l’argomento:

Ho raccontato, insieme ad Anna Castellucci, Alessandra Piccioni e Laura D’Aniello, l’esperienza di “Facciamo che…” il laboratorio teatrale per il disagio minorile che conduco dal 2009, all’interno del volume “Il Disturbo Post Traumatico Complesso. Dalla Teoria alla pratica Muldisciplinare” a cura di M.A. Cheli e P. Gambuzza, Franco Angeli 2017

Un bellissimo articolo sul Teatro Sociale che trovate qui tratto (e tradotto) da “Why ‘Social Theatre’?” di James Thompson e Richard Schechner. The Drama Review, 48 (2004)

Altro articolo di Paola Iacobone “Applied Theatre e Teatro Sociale – L’Estetica del Teatro fuori dal Teatro”che trovate qui 

Il bellissimo libro di Fabrizio Cassanelli e Guido Castiglia “Il Teatro del fare: educazione-teatro-comicità per l’infanzia e le nuove generazioni : appunti e idee per la formazione teatrale nella scuola” edito da Titivillus

E infine, se avete voglia, necessità di fare teatro contattatemi!